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Uccelli che parlano dialetto e cieli bui.
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Spesso pensiamo di avere differenze incolmabili rispetto agli animali, tipo avere una cultura, diffusa invece nelle balene, o poter articolare una lingua. Il diamante mandarino, un piccolo uccello che vive nell’Australia orientale e meridionale non solo si esprime, ma usa anche diversi dialetti. Scienziati del Max Planck Institute for Ornithology hanno utilizzato l’intelligenza artificiale per analizzare le canzoni e hanno scoperto che quattro popolazioni cantano in modo diverso. Hanno anche trovato che le femmine scelgono i compagni proprio in base al modo di esprimersi, dimostrando che il tratto culturale prevale su una valutazione basata solo sull’apparenza. In particolare le femmine tendono a scegliere quelli che parlano lo stesso dialetto dei maschi con i quali sono cresciute. Stanno in famiglia insomma. Il diamante mandarino impara dai propri simili quando è piccolo, ma lo fa in modo da mantenere una sua individualità, tanto che è distinguibile come un nome. La variazione però sta all’interno di un modo di parlare specifico del suo gruppo, che ne permette anche di riconoscerne l’appartenenza.
https://www.nature.com/articles/s41467-022-28881-w

Si chiama Grande Fascia Internazionale del cielo scuro è grande oltre 38 mila chilometri quadrati e si trova tra Texas e il nord del Messico. Ed è l’unica che varca i confini di due Paesi. E’ stata organizzata dall’Università del Texas dal The Nature Conservancy,e dall’International Dark-Sky Association (IDA) e altri. Sarà un luogo dove, di notte sarà ancora possibile vedere le stelle in tutta la loro luminosità. Ma avere un cielo buio, oltre a consentire le indagini cosmologiche, serve anche a lasciare indisturbati piante e animali, protegge il nostro sonno, e diminuisce le emissioni di Co2.
Nel mondo ci sono altri luoghi simili, vengono chiamati Riserve del cielo buio Si trovano in Quebec, Nuova Zelanda, Namibia, Inghilterra, Irlanda, Galles, Francia, Germania, Usa.
Non però in Italia. Secondo uno studio condotto dall’Istituto di Scienza e Tecnologia dell’inquinamento luminoso (Istil) pubblicato a fine 2016, per il 77% degli italiani è impossibile vedere a occhio nudo parte della galassia nella quale siamo immersi.
https://www.darksky.org/our-work/conservation/idsp/reserves/
https://www.lightpollutionmap.info/#zoom=2.51&lat=58.1031&lon=22.2740&layers=B0FFFFFFFTFFFFFFFFFFF

Il riso è una delle coltivazioni più importanti, soprattutto per le regioni asiatiche. In quell’area fornisce oltre la metà delle calorie assunte dalla popolazione. I Paesi di questa zona sono anche i maggiori esportatori verso tutto il resto del mondo, e coprono oltre il 40 per cento.
Ma questa parte del Pianeta è una delle più sensibili ai cambiamenti dovuti al riscaldamento globale. La produzione dipende strettamente dall’irrigazione, ma la crisi climatica sta riducendo la disponibilità dell’acqua. Secondo l’International Rice Research Institute per ogni grado di temperatura in più si verifica una riduzione del 20 per cento nella produttività dei campi. Il rischio è alto. E la fame è dietro l’angolo. Migliorare le tecnologie agricole potrebbe servire, ma non risolverebbe il problema.

Oltre l’87 per cento delle coltivazioni da cui provengono cibo e altri materiali, dipende dagli insetti. Ma molte ricerche hanno ormai dimostrato che si stanno drammaticamente riducendo. Le cause sono state identificate nella perdita degli ambienti, nell’uso di sostanze tossiche, nell’aumento delle temperature. Scienziati dell’University College di Londra hanno però analizzato l’abbondanza e la biodiversità degli insetti nell’arco di un periodo di 20 anni e hanno scoperto che il loro declino dipende da due fattori principali: l’agricoltura intensiva e il riscaldamento climatico. Le maggiori perdite si verificano infatti dove viene praticata l’agricoltura industriale. Però se nelle aree circostanti ci sono ancora ambienti intatti, la situazione cambia. Dove le aree naturali rappresentavano i te quarti del territorio, gli insetti sono calati di numero solo del 7 per cento e la biodiversità del 5. Dove invece ci sono solo campi coltivati, le percentuali salgono a 63 e 61 per cento.
https://www.nature.com/articles/s41586-022-04644-x

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