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Di solo sei anni di tempo prima del disastro climatico, menopausa, gas delle mucche
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L’anno in cui dovremmo arrivare a non produrre più anidride carbonica, l’obbiettivo del net zero che ci permetterebbe di non rialzare la temperatura oltre i 1,5 gradi, e che era stato fissato nell’Accordo di Parigi, non è più il 2050 e neppure la fine del decennio 2030, come comunicato in un aggiornamento all’inizio di quest’anno. Un gruppo internazionale di ricercatori ha rifatto i conti scoprendo che abbiamo ancora molto meno tempo: ci mancano infatti solo sei anni per arrivare al limite della quantità di gas climalteranti che porterebbero il Pianeta in grave difficoltà. Il budget che avevamo, e che era stato calcolato dagli scienziati dell’Ipcc si è consumato quasi completamente. Secondo i nuovi calcoli infatti, se vogliamo evitare rialzi di temperatura troppo alti, possiamo rilasciare in atmosfera non 500 gigatonnellate, come detto in marzo, ma solo altre 250 gigatonnellate di anidride carbonica in tutto. Ma siccome ogni anno ne emettiamo circa 40, dunque se manteniamo il ritmo attuale restano solo sei anni di tempo. Dobbiamo quindi fare uno sforzo ulteriore: i tagli che sono stati programmati non sono sufficienti ed è necessario uno sforzo maggiore, per abbassare le 40 tonnellate ogni anno. La Terra ha già subito un rialzo di 1,2 gradi, e continuiamo a bruciare fossili. L’obbiettivo dunque di limitare i danni si sta allontanando sempre di più. Gli scienziati non sono mai completamente negativi, perché temono che se si comprende la reale situazione senza speranze, nessuno farà più nulla e la situazione peggiorerà ancora di più. Dunque dicono che se venissero compiuti ulteriori sforzi e venissero coordinati a livello globale, potremmo comunque ambire a restare intorno a + 1,6-1,7.
Ma purtroppo la realtà, se si leggono i dati, appare sempre più evidente: siamo destinati a bollire.
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El Niño è la fase calda di un sistema meteorologico che, pur avendo origine nell’Oceano Pacifico, ha una grande influenza su tutto il Pianeta: l’Oscillazione meridionale El Niño. Poichè scalda le acque dell’oceano equatoriale Pacifico, modifica tutte le dinamiche atmosferiche delle masse d’aria che circolano nella zona variandone la pressione, ma poi influenza anche i flussi che viaggiano in altre aree del mondo. E’ spesso associato a un rialzo delle temperature in ogni continente e provoca eventi meteorologici estremi e intense piogge. C’è una forte correlazione tra periodi di forte e frequente Niño e picchi di attività solare, ma ultimamente gli scienziati si sono domandati se l’aumento della sua forza non sia dovuto anche al contributo antropico. Per capire come hanno analizzato dei depositi minerali che si trovano nelle caverne del sud Alaska. Si chiamano speleotemi e in essi sono registrati i dati climatici fino a 3500 anni fa. Il risultato è che è stato possibile notare una variazione a partire dagli anni Settanta. In sostanza la registrazione non seguiva più lo stesso ritmo naturale di prima, ma si era aggiunto un nuovo fattore che modificava la situazione. In pratica nel periodo precedente era possibile notare una correlazione stretta con la radiazione solare, mentre da 50 anni a questa parte i segnali dimostrano che le attività umane hanno un effetto di amplificazione.
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Essere sempre pronti efficienti, sul pezzo è quanto ci richiede la società in cui viviamo. Eppure se vivessimo in modo più ecologico, rispettando per esempio di più i nostri ritmi, potremmo stare meglio. Un gruppo di ricercatori ha per esempio scoperto che chi schiaccia ripetutamente il bottone snooze della sveglia, quello che permette di rimandarla di qualche minuto e dunque alzarsi più tardi, ha abilità cognitive migliori durante la giornata. Lo studio degli scienziati svedesi ha permesso di scoprire anche che è meglio non eccedere a rimandare oltre i 30 minuti. In questo modo il nostro cervello si abitua all’idea di svegliarsi, invece di subire un trauma, perché passare invece dal sonno profondo alla sveglia può essere un problema. E schiacciare il bottone può essere particolarmente indicato per chi alla mattina si sente sempre un po’ fuori fase. E se per permettervi di rimandare dovete puntare la sveglia prima, nessun problema: quei pochi minuti di sonno in meno non si faranno sentire.
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Nel mondo ci sono oltre 1,5 milioni di mucche che vengono allevate per carne o latte. E sono uno dei principali contribuenti del riscaldamento globale. Non solo perché gli allevamenti industriali devono consumare molto carburante per mantenerle, ma perché questi animali hanno un problema: emettono grandi quantità di gas intestinali che sono prevalentemente costituiti da metano, un gas che ha un effetto climalterante 25 volte più potente dell’anidride carbonica. E sono una delle fonti maggiori a livello globale. Corrispondono al 25 per cento delle emissioni degli Usa e al 79 per cento dell’Italia. A livello globale le mucche ne emettono circa 100 milioni di tonnellate. Ogni mucca ne produce 0,11 tonnellate, il cui effetto è pari a quello di 3400 litri di benzina.
E’ stata però trovata una soluzione: dare da mangiare alle mucche alghe rosse permette di ridurre il metano tra l’80 e il 90 per cento. Contengono infatti bromoformio che inibisce l’enzima che contribuisce alla formazione di metano nell’intestino. E’ sufficiente fornirne 80 grammi al giorno.
Installando un sensore negli allevamenti gli scienziati sono riusciti a misurare le emissioni prima e dopo l’introduzione della dieta ad alghe e hanno potuto verificarne l’effetto.
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Il nostro modo di mangiare contribuisce molto al riscaldamento globale. E cambiare la nostra dieta non solo ridurrebbe i rischi, ma migliorerebbe anche la nostra salute. Purtroppo modificare le nostre abitudini alimentari e sempre difficile. Ma in realtà non servono enormi sforzi: con piccoli accorgimenti è possibile ridurre la propria impronta di carbonio. Un gruppo di ricercatori della Tulane University di New Orleans ha effettuato questo calcolo per una popolazione americana e ha scoperto che se si passa con piccole sostituzioni a basso impatto carbonico, l’impronta ecologica calerebbe del 35 per cento. Il menu prevede di introdurre molta frutta, verdura e legumi e diminuire il consumo di carne rossa, in particolare quella che proviene da animali ruminanti come le mucche. La strategia dunque è quella di mangiare come sempre, cambiando qualche ingrediente. Per esempio per quanto riguarda le proteine è meglio preferire pollo e tacchino, e qualche volta versioni vegetariane degli hamburger. Per quanto riguarda latte e formaggio, meglio optare per prodotti a base di soia, mandorle o cocco. Sostituendo le proteine in questo modo, l’impronta ecologica si riduce del 50,2 per cento. Se si eliminano anche i latticini si arriva al 52,6 per cento. In pratica non è necessario fare scelte drastiche se non si riescono a fare o non le si ritiene adatte per se stessi. Fare piccoli sforzi pensando al pianeta produce già un enorme risultato.
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Le donne umane vanno in menopausa. Ovvero vivono una parte della loro vita in cui non sono fertili. Si è sempre pensato che questa fosse una caratteristica unica della nostra specie. La maggior parte animali infatti non fanno così e si possono riprodurre fino all’ultimo giorno della loro vita. Negli ultimi anni abbiamo però scoperto che si comportano come noi i beluga, i narvali, i globicefali, le orche e anche gli elefanti asiatici. La lista però si sta allungando: ricercatori dell’Università della California hanno infatti potuto confermare che la menopausa è presente anche in una popolazione ugandese di scimpanzé, gli Ngogo, che sopravvivono fino a 15 anni dopo la fine dell’età riproduttitva. Resta il mistero delle ragioni evolutive della menopausa. In alcuni casi si ritiene serva ad aumentare le capacità produttive delle figlie, in altri che abbassi la competizione tra i nuovi nati, ma ancora non ci sono conferme.
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L’immaginazione è una caratteristica umana molto importante, ci permette di pianificare cosa cucineremo per cena, dove andremo in vacanza, quali operazioni dobbiamo fare per essere meglio organizzati sul lavoro, ma anche la vita futura con il nuovo compagno. Come sempre più spesso accade queste caratteristiche ritenute unicamente e tipicamente umane sono in realtà condivise anche da quelli che pensiamo siano altri esseri, diversi da noi. E invece non lo sono.
Un gruppo di ricercatori dei Lee and Harris Labs di New York hanno messo a punto un sistema che combina realtà virtuale e un interfaccia macchina cervello per indagare gli eventuali pensieri dei topi. E hanno scoperto che, come noi, possono pensare a luoghi e oggetti che non sono necessariamente davanti a loro in quel momento e possono immaginare di camminare in un luogo dove non sono. E’ stato possibile scoprirlo perché i topi, come noi, hanno delle attività specifiche nel cervello attivate dall’ippocampo, che è un’area responsabile per la memoria spaziale. L’attività dell’ippocampo è stata mappata durante le attività quotidiane in seguito alle quali ottenevano una ricompensa. Poi li hanno costretti a stare fermi mantenendo la promessa di ricompensa in ambito di realtà virtuale. Il topo quindi era costretto a usare i suoi pensieri per pensare cosa gli sarebbe servito per raggiungerla. L’attività dell’ippocampo era la stessa. Queste operazioni vengono quindi compiute in modo volontario e sono frutto di un pensiero.
La capacità di immaginare un luogo che non è presente è fondamentale per ricordare gli eventi passati ma anche per immaginare scenari futuri. Non si può dire non sia intelligenza.
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