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Di vermi che provano emozioni, padelle di teflon da buttare e auto di troppo
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Pensiamo sempre di avere di tutto e di più di ogni altro animale. E invece non è vero: un banale verme nematode, senza occhi, colonna spinale e cervello vero e proprio, è in grado di provare le emozioni più semplici. Per esempio un gruppo di ricercatori giapponesi ha scoperto che hanno una reazione negativa quando vengono sottoposti a una corrente elettrica, al punto che scappano per due minuti dopo averla provata. E in questo momento, anche se gli viene proposto del cibo, lo ignorano.
E’ un segno che provano paura. Per essere considerata una emozione, una reazione deve rispondere a criteri scientifici: deve permanere dopo la cessazione dello stimolo, cresce o diminuisce a seconda dell’intensità dello stimolo, diventa predominante rispetto ad altre risposte e deve essere sempre coerente.
I nematodi soddisfacevano ad almeno tre di queste caratteristiche.
Sia la durata sia il tipo di reazione sembrano dunque regolati da un circuito neurale e non dalla diretta stimolazione del sistema motorio. Per questo motivo i comportamenti osservati possono essere ritenuti una espressione di emozioni.
D’altra parte anche le mosche della frutta, i bombi e i gamberi hanno stati cognitivi specifici che vengono provocati da stimoli. Le emozioni quindi potrebbero essere regolate da un meccanismo neurale comune con tutti gli animali. Non a caso abbiamo dei geni in comune, tra cui quelli che regolano la paura.
https://academic.oup.com/genetics/article/225/2/iyad148/7245927?login=false

Le padelle di teflon hanno avuto un grande successo. Sono perfette per cucinare, non fanno attaccare il cibo, non tradiscono mai. Ma hanno un lato oscuro che è sempre stato nascosto. E sarebbe il caso di non comperarne più ed eliminare quelle che abbiamo prima possibile. Dopo un po’ di tempo che vengono usate infatti il rivestimento non funziona più come prima e in alcuni punti e appaiono delle crepe. Eppure si continua a usarle lo stesso. Ma un nuovo studio dell’Università di Newcastle ha scoperto che persino una piccola crepa può produrre 9000 frammenti di microplastica, che ovviamente finiscono nel nostro cibo. Un fondo più deteriorato rilascia 2,3 milioni di particelle.
C’è un ulteriore problema: il tipo di plastica a cui appartiene il Teflon sono i Pfas, noti col nome di chimici per sempre, perché rimangono nell’ambiente. Sono stati accusati di creare molti problemi per la salute, come cancro e interferenze ormonali. Le Mamme no Pfas, un gruppo di genitori veneti, stanno combattendo dal 2017 contro questo inquinamento che nel loro caso riguarda della falda acquifera.
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S004896972205392X

Il caffè, il cacao, il mango e l’anguria non hanno più abbastanza insetti che li impollinano. I loro raccolti dunque potrebbero calare. Uno studio, pubblicato su Science Advances, che ha analizzato oltre 1500 coltivazioni e 3000 specie di insetti impollinatori, ha scoperto che l’effetto combinato delle attività agricole industriali e quello del cambiamento climatico portano al declino degli impollinatori. E gli ambienti tropicali sono quelli dove l’effetto è più evidente. L’africa sub sahariana, il nord del sud America, il sud est asiatico, hanno una maggiore vulnerabilità rispetto a questa interazione. Sono anche quelli dove, appunto, crescono caffè e cacao. Il 75 per cento di ciò che viene coltivato dipende dagli impollinatori, ma alcune piante sono più sensibili di altre. Purtroppo cacao, caffè e mango sono anche coltivazioni dalle quali dipendono molte comunità contadine a basso reddito, che non hanno molte altre alternative.
https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.adh0756

Rane, salamandre, apodi comuni sono tra gli animali che più rischiano di estinguersi sulla Terra. Secondo uno studio del gruppo Iucn di Toronto, Canada, oltre il 40 per cento degli anfibi sono minacciati. Sono considerati animali minori ma invece hanno un importante ruolo in medicina, nel controllo dei parassiti e come indicatori dei cambiamenti climatici. Per esempio l’aumento dei casi di malaria tra il 1980 e il 2000 si ritiene sia legato al declino delle rane che mangiavano le zanzare in Sud America.
Una delle principali cause sono i cambiamenti dei sistemi idrici. Negli ultimi 150 anni già 222 specie se ne sono andate per sempre.
La rana piede torto, la salamandra del falso ruscello e molti altri non sono più stati visti per colpa di infezioni fungine o perché le attività agricole hanno cancellato i loro ambienti. Gli incendi e la riduzione dell’umidità del suolo e delle piogge aggravano la situazione.
https://www.nature.com/articles/s41586-023-06578-4

L’espansione delle aree agricole è una delle cause maggiori di perdita di biodiversità. In uno studio dell’Università di Exeter i ricercatori hanno creato un modello per capire come cambierà il territorio agricolo mondiale nei prossimi 40 anni e capirne le conseguenze. E i risultati sono drammatici. Indagando su 1700 piante coltivate in un database della Fao hanno potuto prevedere che se le temperature si alzeranno la vita selvatica nelle aree vicine ai poli verrà disturbata perché diventerà possibile coltivare dove non si poteva. E questo metterà quegli ecosistemi a rischio. Attualmente la maggior parte dell’agricoltura viene effettuata in regioni vicine all’equatore. Ma nei prossimi 40 anni il 72 per cento delle terre rischieranno una perdita di biodiversità. Le temperature più alte consentono di spostarsi verso latitudini più elevate e più vicine ai poli, che ora rappresentano il 10 per cento della fauna selvatica presente sul Pianeta al di fuori dell’Antartide. Dal 1990 abbiamo già perso 3,3 milioni di chilometri quadrati di aree selvatiche. Ed era un momento in cui erano già noti gli effetti del cambiamento climatico.
https://cell.com/current-biology/fulltext/S0960-9822(23)01229-0

Quanto spazio occupano le auto? Molto e decisamente molto di più di quello occupato dalle persone. In uno studio presentato all’Audizione sul trasporto pubblico locale presso la Commissione Trasporti della Camera dei Deputati da organizzazioni ambientaliste, sono stati presentati dati sull’occupazione di suolo, facendo confronti anche con altre città europee. Il risultato è che siamo decisamente in una società autocentrica. Il calcolo è stato fatto considerando che 100 abitanti occupano 50 m² mentre ogni auto occupa una media di 12,5 metri quadrati.
E’ nelle medie metropoli che le autovetture occupano una quantità di spazio maggiore. Per esempio a Roma (dove le auto sono 626 ogni mille abitanti) abitanti occupano 1.385.113 metri quadrati, mentre le auto 21.677.018 metri quadrati, il che significa che la superficie occupata dalle auto, rispetto a quella delle persone è pari al 15,7 per cento in più. Milano (dove le auto sono 504 ogni mille abitanti), con 687.291 metri quadrati per gli abitanti e 8.659.867 metri quadrati per le auto è poco al disotto: 12,6 per cento. Ma se andiamo a Catania, dove la superficie degli abitanti è 150.178 metri quadrati e quella delle auto è 2.973.524 metri quadrati, la percentuale sale al 19,8 per cento. Cagliari è al 17,3 per cento, Palermo al 15,9.
https://ambientenonsolo.com/wp-content/uploads/2023/10/Audizione-4-ottobre-KyotoClub.pdf
https://turismosenzauto.jimdofree.com/2023/09/07/roma-milano-e-bologna-a-confronto-con-alcune-capitali-europee/

Avrebbe senso creare delle piante robot, alterate geneticamente per effettuare molta più fotosintesi e dunque immagazzinare ancora più carbonio nelle radici? Potrebbero assorbire milioni di tonnellate di Co2 dall’atmosfera. E’ quello che sta facendo Living Carbon, una start up americana che altera le piante per farle agire più efficacemente contro il riscaldamento globale. Ovviamente il loro business è poi vendere crediti di carbonio ai grandi emettitori. L’Innovative Genomics Institute (IGI) di Berkeley sta facendo lo stesso con piante produttive. Per ora si tratta di esperimenti, e non è possibile conoscere gli effetti di una realizzazione su larga scala. I pioppi modificati da Living Carbon hanno avuto un aumento del 35 per cento della biomassa e hanno rimosso il 20 per cento in più di anidride carbonica rispetto a quelli classici. Bisognerà però vedere come si comportano poi nella realtà e al di fuori dai laboratori. Resta il fatto che già naturalmente gli alberi stanno assorbendo meno Co2 a causa del cambiamento climatico. E che i modi migliori per risolvere il problema non sono avere dei mostri super efficienti, ma fare in modo che il terreno sia sano e svolga il ruolo che ha sempre avuto, di assorbimento del carbonio, oltre ovviamente a ridurre il consumo di combustibili fossili.
https://www.mdpi.com/1999-4907/14/4/827

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