Arancia Blu notizie per i nuovi terrestri
scienza per l'ambiente
Di sex toys plasticosi e di quanto poco facciamo per l’ambiente
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Che mezzi di trasporto usiamo per andare a lavorare o studiare? L’Istat fornisce dei dati. E purtroppo la maggior parte degli italiani utilizza mezzi privati motorizzati: il dato nazionale è al 79 per cento. La bicicletta viene usata solo in una percentuale che varia tra il 7,6 per cento del Trentino Alto Adige e il 6,3 del Veneto. Tra il 12 e il 19 per cento vanno a piedi. Il trasporto pubblico circa il 30 per cento, diventa più alto solo per chi studia, che arriva fino al 50 per cento. Ma anche in questo caso il restante 40-50 per cento usa mezzi privati come moto o auto. Aumentano le biciclette ma solo fino al 38 per cento della Puglia. Siamo quindi ancora lontani da spostamenti in linea con la crisi climatica.
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Gli oceani assorbono più del 90 per cento delle emissioni di gas climalteranti e hanno un ruolo importante nella mitigazione del riscaldamento globale. In uno studio dell’Università del New South Wales, Australia, è stato analizzato in dettaglio il fenomeno e si è scoperto che l’assorbimento si è accelerato in modo drastico dal 1990, addirittura raddoppiando tra il 2010 e il 2020. I ricercatori hanno visto anche dove si accumula il calore. La maggior parte si trova nei primi 2000 metri, ma due terzi sono concentrati nei primi 700. Non a caso le temperature degli oceani nel 2023 hanno raggiunto picchi record, il cui effetto è quello di aumentare lo scioglimento dei ghiacci e innalzare il livello delle acque. Questo avviene anche nelle acque più profonde e in regioni che vanno dai tropici alle regioni polari. La distribuzione però non è regolare. La maggior parte del calore è infatti accumulata nell’oceano meridionale, che assorbe una quantità di calore antropogenico paragonabile a quella trattenuta da oceano Atlantico, Pacifico e Indiano combinati insieme. In pratica ha catturato fino al 43 per cento dei gas serra tra il 1970 e il 2017. Ma l’oceano Meridionale è quello che avvolge l’Antartide.
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Solo l’1 per cento di tutta l’acqua del pianeta è acqua fresca che si può bere. Il resto sono gli oceani, le masse di ghiaccio o quella intrappolata nelle rocce. Un nuovo studio internazionale ha però dimostrato che negli ultimi vent’anni l’emisfero meridionale sta diventando molto più secco di quello settentrionale. La causa principale potrebbe essere la potenza di El Niño, il fenomeno meteorologico che corrisponde a un aumento della temperatura nel Pacifico, che è diventato più forte a causa del riscaldamento globale. La disponibilità di acqua infatti dipende dalla differenza tra quella che arriva dalla pioggia e quella rimossa dall’atmosfera per evaporazione. 
L’acqua è diventata meno disponibile in particolare in Sud America, Africa e Australia centrale.
Non è un fenomeno che può riguardare solo quelle regioni. Il Sud America infatti comprende la foresta amazzonica, un forte regolatore del clima mondiale. Se si asciuga, aumentano gli incendi e procede il processo di trasformazione in savana, il che significa che l’assorbimento di carbonio viene drasticamente ridotto. La siccità nel continente modifica la vegetazione e fa aumentare ulteriormente le temperature, riducendo anche la disponibilità di cibo per l’uomo.
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Il nostro Pianeta sta tremando a causa del riscaldamento globale. Piccole scosse continuano a smuoverlo e sono causate dalle onde oceaniche che producono forze che si trasferiscono al fondale, generando onde sismiche. Queste sono diventate più intense negli ultimi decenni, in seguito all’aumento della forza delle onde provocato dal riscaldamento globale. In uno studio americano questa microsismicità è stata analizzata dall’anno 1980 scoprendo che negli ultimi trent’anni è aumentata progressivamente di circa lo 0,27 per cento, con un picco dello 0,35 per cento dal 2000.Le onde dell’oceano Atlantico settentrionale si sono intensificate più velocemente. Un fenomeno che può portare a danni gravi sulle coste e a erodere il suolo costiero. 

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La Groenlandia non è un unica massa di ghiaccio, ma è composta anche da numerosi ghiacciai periferici. Uno studio dell’Università Northwestern (Usa) e di Copenaghen (Olanda), ha notato che stanno andando incontro a una fase importante di ritiro. I ghiacciai periferici rappresentano solo il 4 per cento dell’intera area della Groenlandia ma contribuiscono al 14 per cento della perdita di ghiaccio. Il fenomeno è iniziato già 130 anni fa, ma è diventato più evidente negli ultimi vent’anni e il tasso è doppio rispetto al periodo precedente. Lo studio si è basato su migliaia di fotografie effettuate da piloti di aereo a partire dal 1930 che sono state poi combinate con immagini satellitari. Sono dati che dimostrano che le regioni polari sono più sensibili rispetto alle altre alle variazioni climatiche e considerata la loro importanza nel mantenimento di una situazione idrologica stabile, questo aumenta le preoccupazioni.
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Non ci siamo, non stiamo facendo abbastanza e quelle che sembrano azioni sono solo promesse. Il rapporto The state of climate action 2023 appena pubblicato dal World resources Institute parla molto chiaro. Il carbone dovrebbe essere abbandonato sette volte più velocemente di quanto si sta facendo. La deforestazione dovrebbe essere impedita 4 volte più velocemente. E il trasporto pubblico facilitato sei volte più velocemente di quanto si sta facendo se volgiamo evitare che le temperature si alzino oltre i 2 gradi. C’è un progresso visibile nell’energia rinnovabile e nella conversione verso i veicoli elettrici, ma in generale i Paesi non si stanno impegnando abbastanza per tagliare i gas climalteranti. Secondo gli autori del rapporto il mondo dovrebbe far chiudere 240 centrali a carbone ogni anno da qui al 2030. Fermare la deforestazione. Aumentare l’uso di energia solare e da vento passando dal 14 per cento all’anno di adesso al 24 per cento. Dovrebbe anche ridurre nettamente il consumo di carne bovina a non più di due porzioni a settimana. Le azioni drastiche sono purtroppo sempre più necessarie se vogliamo evitare di andare arrosto. Secondo lAgenzia internazionale dell’energia, a causa del punto raggiunto, se anche tutti i Paesi mantenessero gli impegni, la temperatura aumenterà comunque di 1,7 gradi oltre quelle del periodo preindustriale. Ma i finanziamenti pubblici ai fossili continuano e alcuni addirittura stanno dando nuove licenze per esplorare nuovi giacimenti, come ha fatto recentemente l’Inghilterra.

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Siamo immersi nelle mcroplastiche e ormai le abbiamo anche nel nostro corpo. Le fonti sono tantissime ma una può essere sorprendente: i sex toys. Il loro mercato è in continua crescita: le vendite mondiali dovrebbero arrivare al valore di 50 miliardi di dollari entro il 2025. La pandemia ha dato un bell’impulso, ma la tendenza è continuata anche dopo. Ricercatori americani sono dunque andati a vedere che rischi possiamo avere utilizzando questi oggetti e in particolare quattro tipi: gli stimolatori anali, le palline, i vibratori a due braccia e quelli esterni. In particolare hanno analizzato il rilascio di microplastiche perché possono essere ingerite o assorbite dalle parti sensibili che sono in gioco. I risultati confermano: usare i sex toys significa assumere microplastiche. Chi ne rilascia di più sono gli stimolatori anali. Ma il problema non si limita alle particelle. Tutti i sex toys analizzati infatti sono realizzati con plastiche che contengono ftalati, che interferiscono con l’equilibrio ormonale, la fertilità. Possono provocare cancro al fegato, all’utero, alle ovaie e alla tiroide. Nonostante siano visti come qualcosa da non vedere quindi, i sex toys andrebbero attentamente regolamentati riducendo i rischi. E il sesso sicuro non è solo quello fatto proteggendosi dalle malattie sessuali.
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