
In un rapporto appena presentato dalle Nazioni Unite gli autori hanno avvertito che l’inquinamento produce il doppio dei morti da Covid nel primo periodo della pandemia. La cifra raggiunge infatti i 9 milioni di vittime, meno dei sei milioni provocati dal virus. Uno ogni sei morti nel mondo sono provocati da patologie correlate con l’inquinamento, tre volte di più di malaria, Aids , tubercolosi e 15 volte di più delle guerre o di altre forme di violenza. I responsabili principali sono le attività produttive, in particolare quelle legate all’industria del gas e del petrolio. E si tratta di un problema che ha un elevato grado di ingiustizia sociale. I ricercatori hanno infatti individuato delle zone chiamate di sacrificio, dove le vittime sono molto maggiori, come la città di Kabwe, in Zambia, dove il 95 per cento dei bambini ha elevati livelli di piombo nel sangue. O i campi di Pata Rat, in Romania, dove i Rom vivono in un’area satura di arsenico, mercurio e altri veleni.
Altri territori malati sono Guadalupa e Martinica, nei Caraibi, dove il 90 per cento della popolazione ha tracce di pesticidi cancerogeni nel sangue. Ma anche la Luisiana negli Usa, vittima del petrolio. Anche se alcune sostanze sono state finalmente bandite, i prodotti chimici di sintesi sono raddoppiati tra il 200 e il 2017 e raddoppieranno ancora entro il 2030. Il concilio dei diritti umani ha riconosciuto qualche mese fa il diritto per tutti di vivere un ambiente pulito e salutare. Ora bisognerebbe che i Governi si adeguassero.
https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/G22/004/48/PDF/G2200448.pdf?OpenElement
La foresta amazzonica sta raggiungendo un punto di non ritorno. Una ricerca dell’Università di Exeter ha evidenziato che non è più in grado di guarire dai danni che le vengono inflitti, ovvero deforestazione, incendi e siccità. Vaste aree si stanno trasformando in savana, un ambiente molto meno efficiente nella preziosa operazione di cattura del carbonio dall’aria. I segni di questa impossibilità di ripresa si vedono nel 75 per cento della foresta. Gli alberi fanno fatica a riprendersi dagli effetti della siccità dovuta al riscaldamento globale, come dal fuoco. Si è creato un circolo vizioso la cui direzione è il degrado dell’ambiente più importante per il Pianeta. Una volta iniziato potrebbero volerci solo poche decadi per arrivare a una trasformazione totale, senza più possibilità di tornare indietro. L’Amazzonia è uno dei principali bacini di carbonio e se si modificasse questa caratteristica, il carbonio verrebbe rilasciato in atmosfera e andrebbe ad aumentare il cambiamento climatico. Gli sforzi che stanno facendo i vari Paesi per mantenere le temperature entro un certo limite potrebbero non valere più nulla. Già un quinto della foresta Amazzonica è andato perso e se questa tendenza dovesse continuare il risultato andrebbe oltre ogni possibilità di soluzione. https://www.nature.com/articles/s41558-022-01287-8
Un’altro punto di non ritorno è quello che stanno raggiungendo le torbiere, un’altro importante bacino di carbonio, Uno studio dell’Università di Leeds ha notato che anche gli sforzi più impegnativi per limitare le emissioni potrebbero non servire e entro il 2040 il clima del nord Europa potrebbe non essere più abbastanza freddo per mantenere il permafrost. Le torbiere immagazzinano 39 miliardi do tonnellate di carbonio, l’equivalente del doppio di quello immagazzinato dalle foreste europee. Il carbonio delle torbiere è stato intrappolato e protetto per migliaia di anni grazie al congelamento, ma nel momento in cui questa condizione cambia, viene rilasciato rapidamente. Quando si sgela, la materia organica, che era rimasta ferma a causa del freddo, inizia a decomporsi, rilasciando metano e anidride carbonica, che vanno ad aumentare ulteriormente le temperature del Pianeta, accelerando l’effetto a cui siamo già sottoposti oggi.
https://www.nature.com/articles/s41558-022-01296-7
Un gruppo di ricercatori dell’Università del Michigan, ha analizzato l’effetto delle centrali idroelettriche. Ha trovato che nonostante alcuni aspetti positivi, come la produzione dell’energia rinnovabile, la gestione delle risorse di acqua e un certo sviluppo economico, l’effetto sulle comunità che vivono nei dintorni è devastante: peggiorano le condizioni economiche e si creano difficili situazioni sociali dovuti all’inevitabile trasferimento. Hanno studiato 7155 centrali esistenti sul Pianeta e hanno scoperto grandi differenze. A distanza di 50 chilometri il prodotto interno lordo locale e la popolazione calano, sopratutto nel sud del mondo. E’ stato poi analizzato in dettaglio l’impatto su economia popolazione e ambiente di 631 centrali costruite tra il 2001 e il 2015 in cinque regioni: Africa, Asia, Europa, Nord e sud America. La loro costruzione coincide con uno sviluppo economico ridotto (esclusa Europa e Nord America), una riduzione della popolazione, la distruzione di spazi verdi dovuta alla deforestazione necessaria per la costruzione degli impianti o per la creazione delle aree agricole irrigate dalla diga.
Le dighe vengono costruite per energia elettrica, irrigazione, controllo dell’acqua, navigazione, acquacultura e anche turismo. E negli ultimi anni, specialmente nei Paesi emergenti, si è fatto sempre più ricorso a questi impianti. Vengono infatti viste anche come strategia per combattere la siccità dovuta al riscaldamento globale, oltre che come modo di creare posti di lavoro. Hanno però degli alti costi biofisici, dovuti all’alterazione dei processi idrogeologici, degli ecosistemi e in particolare della biodiversità e trasformazioni dell’uso della terra. E i benefici non vanno mai a chi abita nei pressi dell’impianto.
https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.2108038119
L’energia necessaria ad alimentare Internet e i server è responsabile dell’8 per cento circa delle emissioni globali. Solar Protocol, sviluppato dalla NYU Tandon School of Engineering, è un protocollo che serve sia misurare l’effettivo impatto, sia a trovare soluzioni. Propone una piattaforma basata su server alimentati con pannelli fotovoltaici diffusi in tutto il mondo. Non grandi macchine, ma dispositivi di scala locale, computer, alimentati da un pannello solare e da una piccola batteria. Ognuno di essi può fornire solo una connettività intermittente, che dipende dalla luce solare disponibile ma connessi in un network e coordinati, possono offrire un servizio pienamente efficiente.
Il protocollo si basa non solo sulla potenza del sole, ma anche sui comportamenti degli utenti, ha una logica naturale che può essere usata come intelligenza per facilitare le decisioni nel network. Automaticamente dirige il traffico nei punti in cui viene generata maggiore energia solare nel momento della richiesta, non, come avviene ora, in funzione della risposta più veloce generata invece da un algoritmo. Per migliorare l’uso dell’energia sono possibili altre scelte, come quelle messe a punto dal sito di Solar Panel. Lo stile e la risoluzione del media cambiano a seconda della quantità di energia disponibile. Il che significa che può apparire diverso a seconda dell’ora in cui lo si guarda. Se l’energia è bassa, la risoluzione è inferiore e le immagini scompaiono. In questo odo viene ridotto il consumo. Il progetto, appoggiato anche da Mozilla. È open source e può essere adottato e modificato da chiunque.
http://solarprotocol.net/