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Faggi che rischiano di scomparire, migrazioni climatiche e molte altre cose
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Il faggio è un enorme albero che in Italia è diffuso dalle Alpi agli Appennini e forma dense e bellissime foreste, di cui molte sono patrimonio protetto dall’Unesco. E’ molto importante da un punto di vista ecologico, perché cattura una notevole quantità di anidride carbonica, ma ha anche un valore economico per il suo legno e altri prodotti. Il riscaldamento globale però potrebbe cambiarlo per sempre, in particolare nell’Europa meridionale. Nei prossimi 70 anni la consistenza di queste foreste potrebbe declinare del 20 o del 50 per cento, a seconda del rialzo delle temperature. La loro esistenza è messa a repentaglio dalla siccità. La loro crescita si è ridotta nettamente negli ultimi 30 anni. Nello scenario più ottimistico, quelle che prevede il rialzo di un grado della temperatura, ci sarà una riduzione del 30 per cento tra il 2020 e il 2050.
https://www.uni-mainz.de/presse/aktuell/15209_ENG_HTML.php

L’ultimo rapporto dell’Ipcc ha esaminato le conseguenze del cambiamento climatico sulla popolazione mondiale. L’aumento del livello del mare, le siccità, la diminuzione delle produzioni agricole ed eventi meteorologici estremi stanno costringendo le persone a fuggire dalle isole del Pacifico, dall’Africa sub sahariana e dall’Asia meridionale. Ma anche le nazioni più ricche stanno osservando una migrazione. Dal 2008 oltre 20 milioni di persone ogni anno hanno dovuto abbandonare le loro case a causa di eventi estremi. La stima fatta dall’Ipcc è che entro il 2050 tra 31 e 72 milioni di persone saranno costrette a fuggire, anche se dovessero essere limitate le emissioni. La migrazione on è una scelta, è un obbligo. La gente fa tutto il possibile per restare dov’era. Non a caso la maggior parte degli spostamenti avvengono nello stesso Paese o in Paesi vicini, non a livello internazionale. E comprendere questa necessità è fondamentale per il futuro.
https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2/

 

Un gruppo di ricercatori italiani dell’Università di Verona ha scoperto che l’esposizione a lungo termine all’inquinamento dell’aria corrisponde a un aumento di patologie autoimmuni, tra cui l’artrite reumatoide, la sclerosi multipla, coliti ulceranti e infiammazioni dell’intestino. Le cause sono le solite: i gas delle automobili, le emissioni industriali. Provocano una adattività immunitaria, una reazione, in cui il corpo reagisce eccessivamente sbagliando e causando una infiammazione e il danneggiamento dei propri tessuti. Il numero delle persone che soffrono di questo tipo di mali è nettamente cresciuto negli ultimi dieci anni. Nello studio sono stati esaminati i casi di 81 mila persone e il 12 per cento sono state diagnosticate di una patologia autoimmune tra il 2016 e il 2020. In particolare ha effetto l’esposizione alle polveri sottili. Le Pm10 sono state associate a un più alto rischio di artite reumatoide, mentre le PM2,5, oltre all’artrite reumatoide, anche a problemi ai tessuti connettivi e all’intestino. Gli studi che dimostrano la tossicità dell’inquinamento dell’aria sono ormai moltissimi. Non sembra però che chi deve decidere stia facendo qualcosa.
https://rmdopen.bmj.com/content/8/1/e002055

 

Buchi profondi come un edificio di sei piani e larghi come una città di stanno aprendo nei fondali marini dell’Artico. A una profondità di 120-150 metri nel mare di Beaufort, un gruppo internazionale di ricercatori ha scoperto delle depressioni profonde oltre 28 metri. Il fenomeno è provocato dallo scioglimento del permafrost causato dal riscaldamento globale. Si tratta in particolare non di quello superficiale, anch’esso ormai arrivato a un punto di non ritorno, ma di quello che si trova sotto il livello dell’acqua perché è stato sommerso 12 mila anni anni fa. La temperatura di 1-4 gradi dell’oceano lo ha protetto finora. Ora però inizia a scongelarsi, l’acqua scorre verso il basso e va a sciogliere altri strati più profondi. Man mano che la consistenza si modifica, le aree che una volta erano riempite da solido suolo congelato diventano fluide e il materiale in superficie collassa, provocando la voragine. Il fenomeno è in continua crescita, come se alimentasse se stesso, continuando a creare buchi sempre più profondi e più grandi.
https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.2119105119

 

L’urbanizzazione trasforma gli ambienti e altera la loro evoluzione biologica. E l’uomo sta allargando sempre di più le città. Ormai oltre metà della popolazione mondiale vive nelle aree urbane. In uno studio che ha coinvolto 287 scienziati e ha analizzato 160 città in 26 Paesi, i ricercatori hanno studiato come viene influenzata l’evoluzione. In particolare è stato visto come cambiava il trifoglio, una delle specie più diffuse nei prati. Lo sviluppo urbano, hanno scoperto, altera l’ambiente locale, dunque porta l’evoluzione in altre direzioni. In particolare i trifogli che vivono in città si assomigliano tutti molto, ma sono diversi da quelli delle campagne. Questo fenomeno è indipendente dai dati climatologici, a riprova che il problema sono le aree urbane e non il cambiamento climatico. L’adattamento è una cosa assolutamente naturale, ma una nuova tendenza evolutiva è qualcosa di molto più significativo, che permane poi nelle generazioni successive. In particolare il trifoglio cittadino produce una quantità molto inferiore di una composto chimico che li aiuta a difendersi dagli erbivori. L’urbanizzazione sta trasformando la natura in un modo mai visto prima, ed è una delle forze in atto più forti ed evidenti.
https://www.science.org/doi/10.1126/science.abk0989?adobe_mc=MCMID%3D06143712918456132642573866520483826508%7CMCORGID%3D242B6472541199F70A4C98A6%2540AdobeOrg%7CTS%3D1647599631&_ga=2.105616963.1591276001.1647541249-1419059283.1616262424

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