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Abbiamo raggiunto il punto di non ritorno: l’ultimo rapporto Ipcc
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Ancora una volta l’Ipcc lancia una bomba. Questa volta però non sono più gli allarmi per le temperature in rialzo, il livello del mare in salita, I ghiacci che si sciolgono. L’accento è sull’uomo. Stiamo raggiungendo un punto di non ritorno che renderà impossibile alla nostra società adattarsi e trovare soluzioni. L’ultimo rapporto Summary for Policymakers of the Working Group II intitolato “Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability” (Cambiamento climatico 2022, Impatti, Adattamento, Vulnerabilità) appena pubblicato, è dedicato infatti a come cambierà la nostra vita, inevitabilmente, visto che nonostante gli sforzi non abbiamo ancora invertito nessuna tendenza.
Il documento è uno dei tre preparati dai gruppi di lavoro all’interno del Sesto rapporto, rilasciato nell’agosto dello scorso anno. Nel primo, rilasciato il 9 agosto 2021, sono state valutate le basi fisiche del fenomeno, aggiornando i dati già precedentemente elaborati. E’ quello che ha avvertito che quello che abbiamo fatto è grave e irreversibile: i cambiamenti sono visibili in tutte le regioni del mondo, nessuna esclusa, non è mai verificato nulla di paragonabile in centinaia di migliaia di anni precedenti e l’effetto che abbiamo provocato durerà per altre centinaia, se non migliaia di anni. Terminava però con una nota positiva. Ci stiamo avvicinando a superare i limiti di 1,5-2 gradi di temperatura, e abbiamo già raggiunto l’1,09 gradi, ma è ancora possibile fermare tutto questo riducendo le emissioni di anidride carbonica drasticamente.
Il terzo, che uscirà in marzo, riguarda la mitigazione e in particolare la sua applicazione nei settori dell’energia, del trasporto, degli edifici, dell’industria, dell’agricoltura.
Questo è il secondo e afferma che in tutto il mondo, qualsiasi regione compresa, il cambiamento climatico sta modificando la natura, la vita della gente e le infrastrutture. Possiamo cercare ancora di adattarci ma il nostro limite è ormai strettissimo. L’ampiezza degli effetti in corso è molto più grave rispetto a quanto stimato in precedenza, e si sta riducendo la nostra capacità di produrre cibo e fornire acqua potabile. Anche se riuscissimo ad abbassare le emissioni di anidride carbonica l’8 per cento della terra coltivabile oggi diventerà inutilizzabile entro il 2100. Già raggiungere l’1,5 gradi di rialzo della temperatura farà crescere inevitabilmente i disastri ambientali. Le giovani generazioni sanno già che vivranno in un mondo difficile dove nulla sarà come prima. La percentuale della popolazione esposta agli stress da calore è oggi del 30 per cento, ma arriverà al 76 per cento per quella data. Alcune zone diventeranno inabitabili perché stiamo perdendo spazi vitali per le specie e anche per noi, a causa della pressione sugli ecosistemi, la distruzione degli ambienti, la riduzione della biodiversità. Le misure difensive che stiamo mettendo in atto potrebbero non valere più tra vent’anni. Le strategie di adattamento dovranno essere in continuazione riviste e se non daremo alla natura la possibilità di riparare se stessa, come sa fare, non raggiungeremo nessun risultato. “La popolazione del Pianeta è colpita duramente e gli ecosistemi sono già adesso a un punto di non ritorno”, ha detto Antonio Gutierres, il segretario dell’Onu. “Tutta la società deve rispondere in questo momento. I governi e le aziende private devono agire, ma il cambiamento di stile di vita, le scelte, e anche l’impegno politico sono fattori importanti, che possono spingere a loro volta le istituzioni a fare quello che è necessario. L’azione in questo momento c’è, ma non è rapida. Ma agendo su tutti i livelli si potrebbero ottenere risultati migliori”, ha detto Debra Roberts co-presidente dell’Ipcc. Non possiamo più stare a guardare. Il momento è ora. E non lo dicono solo gli attivisti, ma lo urlano gli scienziati. Come ha detto Gutierres, non un ragazzo di Fridays for future, più ancora che rallentare i fossili è importante ora aumentare la produzione di energia verde, l’unica che assicura sicurezza energetica, accesso universale, posti di lavoro. E la guerra di questi giorni dovrebbe spingere i governi ad accelerare la costruzione di reti energetiche rinnovabili e autonome, indipendenti dai mercati internazionali dei combustibili fossili.

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