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Intelligenza artificiale e biodiversità, una legge che cancella il bene pubblico
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Puntata 24
L’intelligenza artificiale può aiutare a migliorare la protezione della biodiversità. Un gruppo internazionale di ricercatori, tra cui due italiani, ha messo a punto Captain, uno strumento tecnologico che osserva le dinamiche della biodiversità in relazione sia ai disturbi presenti, compreso il riscaldamento globale, sia agli strumenti che vengono messi in atto per salvaguardarla e ai finanziamenti . Fornisce dati che servono per capire quali di questi siano quelli più utili ed efficaci.
L’intelligenza artificiale impiegata in questo sistema simula l’evoluzione della biodiversità in relazione ale risposte necessarie agli stimoli antropogenici. L’algoritmo identifica il punto di bilanciamento tra lo stato del sistema e le azioni intraprese. Sulla base di questo è possibile modificare gli interventi e renderli migliori. Normalmente infatti le azioni che vengono intraprese non ottengono lo scopo prefissato perché non considerano la dinamica temporale legata ai disturbi, alla consistenza della popolazione e alla velocità dei cambiamenti degli organismi. Finora i sistemi utilizzati erano statici, una caratteristica che funziona per certi ambienti stabili, come le foreste, ma non in altri, come i prati alpini o le coste.
Con Captain invece diventa possibile rendere più efficiente l’analisi di quello che si fa e correggere il tiro.
https://www.nature.com/articles/s41893-022-00851-6

Un nuovo studio avverte: una fonte di emissioni sono gli oli vegetali usati per cucinare. La loro produzione infatti emette alte quantità di anidride carbonica. Mediamente ogni chilo di olio produce 3,81 chili di anidride carbonica. L’olio di soia è il peggiore, 4,24 chili di anidride carbonica per litro seguito dalla palma, e poi, ma a distanza, da colza, 2,49 chili di anidride carbonica, e girasole.
Il calcolo è stato fatto in base alla necessità di tagliare le foreste, per fare spazio all’agricoltura, e in particolare, per la soia, si tratta della foresta tropicale. In questo modo si eliminano gli alberi, che sono magazzini di carbonio. Un altro problema però, presente anche in aree che sono agricole da tempo, è quello del suolo, un’altro catturatore di carbonio, che quando viene disturbato perde la sua capacità proprio per le pratiche che vengono messe in atto. Un modo per ridurre le emissioni c’è: è la riduzione delle concimazioni a base di azoto, una delle più alte fonti di emissioni. Nell’agricoltura standard si ritiene che concimare sia indispensabile per ottenere una produzione, ma ci sono invece metodi per evitarlo. Per esempio usando varietà più efficienti, oppure introducendo rotazioni con leguminose o in generale con tutti i sistemi tipici dell’agricoltura naturale.
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0048969722016321?via%3Dihub

 

Il disegno di legge sulla concorrenza in discussione ora in Italia rischia di farci perdere il concetto di bene comune. In particolare l’articolo 6, relativo al mercato e alla concorrenza in materia di servizi pubblici locali, prevede la privatizzazione dei servizi dell’acqua potabile (nonostante i risultati del referendum del 2011), ma anche dei trasporti e della gestione dei rifiuti. In pratica si nega alle comunità locali la possibilità di gestire un bene, facendo prevalere la logica che i servizi, per essere efficienti, possano essere offerti solo dal privato. Il governo intende eliminare tutte le gestioni pubbliche dei servizi locali che, sottratte ai Comuni, verranno messi sul mercato. In questo modo tra l’altro vengono svendute a realtà esterne infrastrutture strategiche e fondamentali per la sopravvivenza dei cittadini. La concorrenza, non i diritti di tutti, diventa la logica dominante.
Innanzitutto viene il privato, l’impresa, gli investimenti. La gente non passa neppure in secondo piano. 
Ovviamente il legislatore si permette una concessione: nella lettera f del comma 2 è previsto che l’ente locale possa pretendere il diritto di gestire da se il servizio, ma lo deve fare con una motivazione precisa e dettagliata, una giustificazione di quella che invece dovrebbe essere la norma. Ma attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici locali, si svuota l’autonomia territoriale e si indebolisce il cuore stesso del progetto costituzionale.

L’ultimo rapporto del Tyndall Centre for Climate Change Research di Manchester parla chiaro: le nazioni più ricche devono terminare la produzione di gas e petrolio entro 12 anni se vogliamo avere la speranza di restare entro i limiti fissati dall’Accordo di Parigi. Lo studio ha analizzato i carbon budget dei Paesi e ha scoperto che per avere il 50 per cento di possibilità di rimanere sotto a 1,5 gradi di rialzo delle temperature, bisognerebbe che i Paesi occidentali, che producono un terzo del gas e del petrolio mondiali, tagliassero la produzione del 74 per cento entro il 2030 e la terminassero entro il 2034. I Paesi emergenti, che consumano meno, hanno più tempo: fino al 2050. Dal calcolo del carbon budget non sono state sottratte le eventuali quote dovute alle operazioni di immagazzinamento del carbonio. Vengono infatti ritenute non ancora affidabili, troppo sperimentali e senza risultati dimostrabili. Critiche vengono fatte anche sulle coltivazioni di biomasse per la produzione di gasolio verde. Hanno alti costi ecologici e la cura può essere peggiore del problema. La creazione di nuove foreste è sicuramente un metodo più efficace, ma a causa della situazione attuale, e dell’eccesso in cui siamo, non serve a risolvere il problema.
Non ci sono sconti: non si possono aprire nuove miniere di carbone, nuovi pozzi o nuovi terminali di gas. Purtroppo molti Paesi in questo momento stanno esattamente programmando nuove estrazioni. Ci porteranno nella direzione sbagliata. https://www.research.manchester.ac.uk/portal/files/213256008/Tyndall_Production_Phaseout_Report_final_text_3_.pdf

A causa del riscaldamento e della variazione della salinità dell’acqua, gli oceani stanno iniziando a produrre un rumore diverso, che potrebbe disturbare gli organismi marini. La trasmissione del suono diventa infatti più veloce e questo significa che i rumori prodotti dall’uomo arrivano più lontano, anche nelle aree indisturbate. In particolare ci sono due punti in cui questo sta avvenendo in modo più evidente. Uno nella parte orientale della Groenlandia, e uno nel nord dell’Atlantico. Qui la velocità del suono è già cresciuta dell’1,5 per cento. L’oceano è una sinfonia di vibrazioni prodotte sia dagli organismi che dai fenomeni naturali come onde o ghiaccio che si screpola. A questi si aggiungono quelli delle navi e delle estrazioni. La velocità è di 1450 metri al secondo nelle regioni polari e di 1520 in quelle equatoriali. Ma gli animali che vivono nel mare usano il suono per comunicare tra loro e per navigare e orientarsi. Un cambiamento della velocità potrebbe interferire con la loro capacità di nutrirsi, scappare dai predatori, accoppiarsi e migrare.
https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2021EF002099

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