
Quando le temperature salgono gli aerei hanno problemi a decollare e i voli vengono cancellati. E’ quello che sta succedendo a causa del riscaldamento globale. L’aria calda infatti è meno densa e più sottile, il che significa che per sollevare l’aereo è necessario molto più carburante, che però pesa. Dunque, per poterne disporre di più si devono caricare meno passeggeri e meno peso. C’è un problema relativo anche alla lunghezza della pista di decollo: se a 30 gradi bastano 1,8 chilometri a 45 ce ne vogliono 2,100. Non succede solo nei paesi del Sud del mondo. Durante l’ondata di calore che ha colpito l’Alaska nel giugno 2021, a Portland e a Seattle sono stati sospesi i voli perché la pista aveva raggiunto i 50 gradi. Nell’estate del 2018 a Londra, temperature di 35 gradi hanno avuto lo stesso effetto. Secondo una ricerca condotta da scienziati statunitensi e pubblicata sulla rivista Climatic Change, fino al 30% degli aerei in tutto il mondo potrebbero restare a terra nei prossimi decenni se l’aumento delle temperature arrivasse a più 3 gradi. Un velivolo da 160 posti, ad esempio, potrebbe dover rinunciare a 13 passeggeri.
https://link.springer.com/article/10.1007/s10584-017-2018-9
Il livello del mare sta rapidamente crescendo e molte città rischiano di rimanere sommerse. E’ aumentato di 0.1 centimetri per anno durante il secolo scorso, diventati 0.3 dal 2006. Secondo il Noaa per la fine del secolo si arriverà a 30 centimetri in più, Ma l’Ipcc si spinge oltre e prevede fino a 60 centimetri di innalzamento. Le Maldive sono una delle regioni del Pianeta che rischia di più, perché emergono solo di 90 centimetri dal mare e se si arrivasse a a 45 centimetri di innalzamento perderebbero il 77 per cento della loro terra. Kiribati è a 180 centimetri sopra il mare e potrebbe perdere due terzi del territorio se il mare sale di 90 centimetri. Sono molte le città che rischiano di essere inondate, come Jakarta, che sta letteralmente sprofondando, Lagos, Bangkok.
L’Accordo di Parigi è entrato in vigore nel 2016. Nei sei anni che sono trascorsi da allora, nonostante gli apparenti impegni che governi e istituzioni hanno preso, le principali banche mondiali hanno concesso al comparto dei combustibili fossili prestiti per 4.600 miliardi di dollari. È quanto rivela l’edizione 2022 di Banking on Climate Chaos, a cura di diverse organizzazioni ambientaliste. A livello globale, le prime quattro posizioni sono occupate da banche statunitensi: JPMorgan, Citi, Wells Fargo e Bank of America. Con un totale di 382 miliardi di dollari, JP Morgan guarda dall’alto tutte le altre istituzioni finanziarie, insediata solo recentemente da Citi. Pessime notizie anche sul fronte delle grandi banche italiane. Intesa Sanpaolo e UniCredit, le due principali istituzioni finanziarie del nostro Paese, continuano in maniera ostinata a supportare l’espansione del settore. Intesa Sanpaolo, al 26esimo posto tra le banche mondiali, fra il 2016 e il 2021 ha stanziato 18 miliardi di dollari all’industria dei combustibili fossili, in gran parte a società che stanno espandendo il loro business nel comparto come Eni, Cheniere Energy e Gazprom. E’ inutile ricordare che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha inoltre mostrato, ancora una volta, quanto questo business sia correlato all’industria bellica e ai conflitti armati. Intesa ha quadruplicato i suoi finanziamenti tra il 2020 e il 2021, passando da 449 milioni a 2,1 miliardi di euro. Mentre Unicredit cresce da 1,36 a 1,71 miliardi di euro. https://www.bankingonclimatechaos.org/
Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc limitare le emissioni di anidride carbonica è diventato imperativo. E’ necessario dunque trovare altri modi di produrre i carburanti. Un modo è quello di utilizzare resti di legno e paglia. L’etanolo può essere prodotto dalla fermentazione di materiali come mais, frutta, altre coltivazioni, ma usando gli scarti non si utilizzerebbero risorse che possono essere invece usate per l’alimentazione. Ricercatori dell’Università di Monaco sono riusciti anche a produrre un processo di produzione dell’etanolo che costa molto meno ed è più efficiente. Produce oltre 1000 litri di etanolo rispetto ai 200 dei metodi usati finora e si basa su scarti del legno. Sarebbe dunque una soluzione che potrebbe permetterci di non temere di finire nel medioevo solo perché adottiamo pratiche di salvaguardia del pianeta. Una delle tante già in circolazione, che però non vengono mai messe in pratica.
https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fenrg.2022.796104/full