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Una tassa sui gas intestinali e le sinfonie dei coralli
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Pensiamo ai coralli come a una sinfonia di colori alla quale collaborano le centinaia di specie che ci vivono. In realtà possono anche essere luoghi molto rumorosi, e basta fare una immersione per ascoltare la bassa frequenza e i pop che caratterizzano questo paesaggio. Questo suono di fondo è in realtà una caratteristica molto importante. Diversa in ogni barriera corallina, varia a seconda del suo stato di salute e può fornire informazioni. L’orecchio umano non è in grado di ascoltare il messaggio, dunque un gruppo di ricercatori inglesi dell’Università di Exeter hanno messo a punto un algoritmo che è in grado di stabilire le differenze in base a minimi segnali acustici come le vocalizzazioni dei pesci (che non sono muti), vibrazioni degli invertebrati, fruscii di alghe.
Hanno poi stabilito quali parametri permettevano di individuare uno stato di malessere, quali invece un buono stato di salute della barriera. Rispetto ad altri sistemi di monitoraggio, che richiedono molto più lavoro e presenza, questo permette di raccogliere dati in ogni ora del giorno e della notte. E potrebbe servire per intervenire più rapidamente quando le cose vanno male.
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1470160X22004575

Il tipico paesaggio della Siberia, la tundra che si estende per migliaia di chilometri, potrebbe cambiare drasticamente in futuro. La previsione è per il 2500, ma i segni di questo cambiamento sono già visibili. E’ uno degli effetti a lungo termine del riscaldamento climatico, quelli che anche se riduciamo le emissioni drasticamente, andranno avanti perché ormai sono stati innestati.
Man mano che le temperature crescono, i paesaggi si spostano. Nell’Artico gli alberi si stanno spostando verso nord e vanno a colonizzare e a prendere il posto della tundra, un bioma caratteristico delle regioni fredde, caratterizzata dalla mancanza di specie arboree, poiché la crescita degli alberi è ostacolata dalle bassissime temperature, dalla breve stagione estiva, dalla presenza del giaccio nel terreno per tutto l’anno. E’ quindi popolata soprattutto da muschi e licheni. Tutto però sta cambiando perché l’aumento delle temperature minime scioglie il ghiaccio nel terreno, dando spazio ad alberi e arbusti. Le temperature medie sono già aumentate di 2 gradi negli ultimi 50 anni, e tra 0 e 2 c’è un’enorme differenza biologica. Ricercatori dell’Helmholtz Centre for Polar and Marine Research hanno studiato la regione facendo modellazioni computerizzate e hanno scoperto che anche attivando tutte le misure per contenere il riscaldamento globale, il 30 per cento della tundra scomparirà entro il 2500. Verrà sostituita dalle foreste di larice.
https://elifesciences.org/articles/75163

L’innalzamento del mare è un problema che sta investendo tutte le regioni costiere. E se si considera che il 40 per cento dell’umanità vive entro una fascia di 100 chilometri dal mare, si capisce che il rischio che le condizioni di vita cambino drasticamente è molto alto. Si stanno valutando diverse soluzioni. La maggior parte dei Paesi ricorrono a una strategia antica, quella di creare barriere fisiche come muri e dighe, nella speranza di tenere il mare fuori. Non è l’ideale, perché si tratta di nuove costruzioni che invadono e alterano l’ambiente e perché c’è la continua rincorsa contro i centimetri di troppo. Un gruppo di ricercatori di Stanford hanno però fatto confronti con altre soluzioni e hanno scoperto che se si lasciasse fare alla natura, oltre a spendere meno avremmo anche risultati migliori. La conservazione delle paludi, che invece vengono costantemente distrutte per ricavare nuovi terreni agricoli, il mantenimento delle spiagge, la protezione delle praterie marine, la coltivazione delle ostriche, sono operazioni che permettono molti più benefici, non solo per l’ambiente, ma anche per la società. I progetti di conservazione naturale portano 8 volte più benefici delle dighe, assicurando lo stesso livello di protezione.
https://www.nature.com/articles/s42949-022-00056-y

Le esalazioni di metano prodotte dagli animali da allevamento a causa di rutti e gas intestinali sono un problema ben noto che sta interessando tutte le politiche contro il cambiamento climatico. I soli bovini sono responsabili del 40 per cento dei gas serra totali. E’ il motivo per cui si chiede a chi si vuole impegnare per salvare il pianeta di escludere la carne dalla loro dieta. La Nuova Zelanda però potrebbe diventare il primo Paese che tassa questo tipo emissioni. In Nuova Zelanda ci sono 7 volte più pecore e mucche che umani: 5 milioni di persone contro 10 milioni di mucche e 26 milioni di pecore. Per questo motivo il Governo ha scritto una bozza di legge in base alla quale intende far pagare agli agricoltori quello che viene rilasciato dagli animali. La bozza, messa a punto con le comunità degli agricoltori entrerà in vigore dal 2025. I costi molto probabilmente ricadranno poi sui consumatori, facendo diminuire il consumo di carne.
La proposta include incentivi per ridurre i gas, un obbiettivo che è stato dimostrato scientificamente si possa ottenere grazie a additivi nei concimi, per esempio le alghe, o aumentando l’alberatura nelle aziende. Quanto verrà guadagnato verrà reinvestito in ricerca e ulteriori misure per ridurre il problema. Ma non si può ancora cantare vittoria: per la decisione finale, e la conferma che la legge diventerà davvero operativa, bisogna aspettare la fine dell’anno.

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