
Il mantra, lo conosciamo bene, è sempre lo stesso: le energie rinnovabili sono interessanti, non lo nega nessuno, ma per ora non si possono utilizzare, dunque la rinnovabilità deve passare per gas e nucleare. Una nuova ricerca dell’Università di Stanford però dimostra che queste affermazioni non sono basate su nulla di reale. Sono scelte politiche, non scientifiche. Possiamo infatti adesso convertirci alle rinnovabili e alimentare con queste il 100 per cento dei nostri bisogni energetici. Non c’è neppure bisogno dell’ennesima scoperta tecnologica, perché quello che abbiamo già in mano basta e avanza ed è già in commercio. I ricercatori della Stanford hanno stilato una mappa per 145 Paesi che prevede l’elettrificazione di ogni settore, la produzione di elettricità da fonti rinnovabili, l’immagazzinamento e la trasmissione, il cambio di orario di alcuni utilizzi. La transizione comporterebbe il 56 per cento in meno di spreco energetico dovuto al calore disperso dai combustibili fossili, la riduzione dei gas serra, posti di lavoro che verrebbero creati in tutto il mondo, meno consumo di territori. Ma gli scienziati fanno un’amara conclusione nello studio: il problema è politico. Le lobby dell’energia convenzionale hanno ancora molto potere, utilizzano la confusione per distrarre sulla possibilità di un cambiamento e non permettono di andare oltre.
https://web.stanford.edu/group/efmh/jacobson/Articles/I/145Country/22-145Countries.pdf
Le regioni del mondo stanno reagendo in modi diversi al riscaldamento globale. Ed è inutile pensare che tanto al nord fa freddo e potremo andare là. I più recenti dati sulle temperature artiche dicono infatti che il riscaldamento procede a un ritmo sette volte superiore a quello del resto del globo.
Quelle più alte si riscontrano nel mare di Barents. L’aumento in un decennio è stato pari a 2,7 gradi centigradi, con picchi di 4 gradi in autunno. Tutto questo è dovuto al fato che il ghiaccio, che riflette la luce solare, si sta sciogliendo il che peggiora ulteriormente la situazione. Non si tratta di una stagione calda, ma di un nuovo stato, col quale dobbiamo fare i conti.
Gli ossidi di azoto sono tra i più diffusi inquinanti del Pianeta. Hanno diversi effetti negativi tra i quali quello di compromettere la crescita delle piante che sono espose ad alti livelli. Le loro foglie vengono danneggiate, la crescita diventa stentata e il colore verde sbiadisce. In combinazione con ozono e diossido di zolfo poi i danni compaiono a concentrazioni inferiori. Il risultato è una perdita di produzione. Gli scienziati della National Science Foundation americana hanno verificato che se venissero tagliate le emissioni anche solo di un inquinante della metà, le produzioni potrebbero crescere in media del 10 per cento. Per alcune regioni il dato è ancora maggiore: in Cina si arriva al 28 per cento per la Cina.
https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.abm9909
Una nuova analisi di Global Witness, una ONG internazionale fondata nel 1993 che lavora per rompere i legami tra sfruttamento delle risorse naturali, conflitti, povertà, corruzione e violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, ha pubblicato dei dati che dimostrano che la gomma è il bene esportato che pone maggiori rischi di deforestazione in Africa. L’effetto è molto maggiore di quello dell’olio di palma, di cui invece si è molto parlato. Le foreste africane sono fondamentali per combattere il riscaldamento globale: assorbono tre volte le emissioni prodotte da un Paese come l’Italia. L’Europa ha un ruolo importante. Importa infatti il 30 per cento della gomma che utilizza dai produttori africani. Le piantagioni per gomma in Africa centrale sono legate a una deforestazione di 520 chilometri quadrati dal 2000, un’area paragonabile a quella di tutto il Belgio. Le piantagioni sono di proprietà di solo tre grandi compagnie multinazionali che vengono finanziate dalle principali banche europee. Sono la Olam e la Halcyon Agri di Singapore, la franco belga Socfin. Vendono a Michelin e Continental. Ma la gomma non è stata inserita tra le attività da regolamentare per evitare la deforestazione, come invece è avvenuto per la palma, la soia, la produzione di carne e di legno, il caffè e il cacao.
https://www.globalwitness.org/en/campaigns/forests/rubbed-out/
Ricercatori della Scuola di Fisica dell’Università di Sidney hanno verificato che il 20 per cento delle emissioni del sistema agricolo sono dovute ai trasporti. Il dato è sette volte maggiore di quanto precedentemente stimato e molto maggiore rispetto ad altri prodotti. Per esempio nell’industria i trasporti corrispondono solo al 7 per cento delle emissioni. La produzione e la vendita di cibo contribuisce al 30 per cento delle emissioni. Dunque il trasporto, che è pari al 6 per cento del totale, è un contribuente importante.
Cina, Usa, India e Russia sono i Paesi che contribuiscono di più, ma in particolare Usa, Germania, Francia e Giappone, che corrispondono al 12 per cento della popolazione globale, generano il 46 per cento delle emissioni dovute ai trasporti. Le emissioni dipendono anche dal tipo di cibo. Frutta e verdura generano il doppio delle emissioni rispetto a quelle dovute alla loro produzione e corrispondono a un terzo di tutto ciò che si mangia.
I ricercatori hanno anche calcolato la riduzione delle emissioni nel caso la popolazione cambi stile di approvvigionamento e mangi solo quello che trova sul mercato locale. si avrebbe una riduzione di 0,24 gigatonnellate di gas serra per il trasporto più altre 0,39 per la produzione.
Mangiare localmente dovrebbe essere una priorità. Nulla vieta ogni tanto di andare oltre, ma la pratica quotidiana farebbe una grande differenza.
https://www.nature.com/articles/s43016-022-00531-w