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Di foreste e oceani che si scaldano e troppa gente sulla Terra
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C’è una nuova soluzione che consentirebbe di abbattere una buona parte di emissioni. Non costa molto, è efficace ed di semplice realizzazione. Riguarda l’agricoltura, uno dei settori che più contribuiscono al riscaldamento del pianeta. Una simulazione effettuata su 900 aziende agricole, che insieme erano estese quanto un continente come l’Australia, ha dimostrato che questo metodo potrebbe sottrarre 215 miliardi di tonnellate di anidride carbonica entro la fine del secolo. Circa sei volte quanto viene emesso ogni anno a livello globale. Si tratta solo di cospargere i campi con polvere di roccia vulcanica, un materiale che non inquina e che non ha nessuna interazione con la vita delle piante. Il meccanismo è elementare: la pioggia assorbe l’anidride carbonica dall’aria. Se si disperde la rilascia ma se colpisce la roccia, questa reagisce con l’acqua e l’assorbe, immobilizzandola. Non solo, se il clima diventerà più caldo il processo diventerà ancora più efficiente. C’è solo da sperare che venga adottato.
https://e360.yale.edu/digest/enhanced-rock-weathering-climate-change

Anche le foreste si scaldano, e le foglie possono raggiungere temperature che rendono difficile la vita. In molte foreste tropicali in Sud America, Africa e Sudest Asia, ormai tra i rami si registrano temperature che sorpassano i 40 gradi, il che significa che alcune foglie possono superare i 47. Se questo fenomeno viene collegato poi al problema della siccità, la situazione diventa ancora più grave. In questa condizione infatti la capacità che hanno le piante di evaporare l’acqua si riduce. Ma l’evaporazione è un processo fisico endotermico, capace di assorbire il calore dall’ambiente esterno. Basta andare in una foresta in estate, per accorgersi che la temperatura sotto le fronde è inferiore. Le foglie sottoposte a temperature estreme muoiono e non sono più in grado di svolgere questa funzione.
Particolarmente a rischio è la foresta amazzonica, dove le temperature sono più alte di quelle che si verificano nel bacino del Congo.
https://www.nature.com/articles/s41586-023-06391-z

 

Anche gli oceani hanno la febbre. Il Noaa, l’agenzia americana che si occupa di oceano e atmosfera, ha annunciato che le temperature dell’acqua nel mese di luglio sono state le più alte mai registrate. E non solo a livello superficiale, ma anche nelle profondità. Sempre in luglio le acque superficiali del sud della Florida hanno raggiunto i 37,8 gradi per parecchie ore. E non sono termali. In questa situazione non solo i ghiacci si sciolgono, ma l’acqua si espande, aumentando di volume. Non solo: i mari sono sempre stati considerati un bacino di assorbimento del calore, ma se la situazione dovesse progredire, questo calore non verrà più intrappolato e prima o poi verrà emesso, contribuendo ulteriormente al riscaldamento globale. Temperature diverse potrebbero anche interferire con le numerose correnti sottomarine, il cui motore dipende da differenze di calore e di salinità tra diverse masse d’acqua. Quella che sta rischiando di più è la Amoc, conosciuta anche come corrente del Golfo, quella che fa si che in Inghilterra e sulla costa ovest europea ci sia un clima più mite di quanto ci si dovrebbe aspettare a quella latitudine. Potrebbe fermarsi del tutto nel giro di vent’anni e se succedesse assisteremmo a enormi cambiamenti.
https://www.climate.gov/news-features/understanding-climate/global-climate-summary-july-2023#:~:text=July%202023%20set%20a%20record,C)%20above%20the%20July%20average.

Duecento anni fa, nel 1800, eravamo circa un miliardo. Cento anni dopo, agli inizi del 1900, eravamo 1,6 miliardi. Nel 2000 6 miliardi. Ora siamo 8 miliardi. 8 miliardi di persone che consumano prodotti che producono anidride carbonica, sfruttano i territori, depauperano le riserve naturali. Della necessità di controllare la popolazione si parla dagli anni Sessanta in toni più o meno accesi, che sono poi stati confutati da previsioni che il Pianeta potrebbe tranquillamente arrivare a 10 miliardi, se solo tutti cambiassero il loro stile di vita. Il problema però ora è più evidente: con le alluvioni, l’innalzamento dei mari che divora le coste, le siccità e l’aumento delle temperature, la produzione di cibo è effettivamente a rischio. E aumentano anche le probabilità di epidemie. L’ultimo punto della situazione è stato fatto da William Rees, un ecologista delle popolazioni dell’Università della British Columbia in Canada. Stiamo usando le risorse della Terra a un ritmo insostenibile avverte, che porterà a una instabilità dell’ambiente e a guerre. E potremmo andare incontro a un collasso di civiltà che porterà inevitabilmente a una riduzione del tasso di riproduzione e a molti morti. Con una inevitabile riduzione della popolazione.
https://inroadsjournal.ca/author/william-rees/

 

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