Podcast 42
Le squadre che combattono gli incendi stanno arrivando ai limiti. A causa del cambiamento climatico le fiamme si propagano più velocemente e su aree più estese, e gli episodi stanno diventando sempre più frequenti. L’alta tecnologia però può venire in aiuto: l’intelligenza artificiale, i robot e i satelliti sono strumenti importanti che possono risolvere situazioni in cui i pompieri non riescono a domare il fuoco. Per esempio si possono in questo modo vedere meglio gli andamenti delle linee di fuoco e prevedere dove andranno. La start up americana Pano.ai propone macchine da ripresa panoramiche che catturano immagini ogni minuto che vengono poi analizzate dall’Ai che può in questo modo individuare nuovi focolai che possono così essere spenti prima che divampino. La tedesca Orora Tech offre una rete di satelliti dotati di sensori termali possono fare altrettanto. E la francese Shark Robotics sta sperimentando dei robot , che non hanno un aspetto umanoide, che affiancano i pompieri e possono essere fatti avanzare a più di un chilometro di distanza. Gli incendi che si sono sviluppati in Europa quest’anno sono costati 4,1 miliardi di dollari e le Nazioni Unite hanno avvertito che il rischio di fiamme catastrofiche crescerà del 57 per cento entro la fine del secolo.
https://www.bloomberg.com/news/articles/2022-02-23/extreme-wildfire-impacts-to-rise-dramatically-by-2100-un-says
Li guardiamo con sospetto perché sembrano vermi, ma chi ha invece a che fare con la terra sa che sono utilissimi perché migliorano la fertilità del suolo. Un nuovo studio pubblicato su Nature Communication però ha fatto un quadro ancora più preciso: i lombrichi infatti contribuiscono ogni anno al 6 per cento della produzione globale di cereali e al 2,3 per cento di quella dei legumi. Detto in altri termini in pratica sono responsabili di oltre 140 milioni di tonnellate di cibo prodotto ogni anno. Vale a dire pari alla quantità di grano prodotta dalla Russia, che è il quarto più grande produttore mondiale. Già si sapeva che i lombrichi creano un suolo che supporta meglio le piante per vari motivi. Costruiscono una buona struttura, che è quella da cui dipende la capacità di trattenere l’aria e l’acqua, e fanno in modo che la sostanza organica entri in circolo e venga messa a disposizione per le piante. Alcune ricerche dimostrano anche che facilitano la produzione di ormoni vegetali che promuovono la crescita e aiutano a proteggere dai patogeni. Dove nel terreno vengono messi meno pesticidi, come nell’Africa sub sahariana e in America Latina, il contributo arriva fino al 10 per cento. In Europa siamo intorno al 7 per cento. Sarebbe dunque il caso di proteggerli e facilitare la loro presenza. Lo si può fare riducendo l’uso di fertilizzanti e insetticidi e dandogli da mangiare compost e concime. D’altra parte il suolo contiene oltre la metà di tutta la biodiversità del pianeta, e dunque è il caso di conservarlo nel modo migliore.
https://www.nature.com/articles/s41467-023-41286-7
Le piante non sono mute. In situazioni di stress infatti emettono allarmi, esattamente come facciamo noi animali. Ricercatori israeliani sono riusciti a registrare i suoni che vengono prodotti sempre quando vengono tagliate, sono soggette a una infezione o gli manca l’acqua. Ovviamente noi non li possiamo sentire perché la loro frequenza è oltre quella che noi possiamo ascoltare (20 Khz), vanno infatti dai 40 agli 80 Khz. Possono però essere individuati da altri animali come pipistrelli e topi anche a una distanza da 3 a 5 metri. I suoni sono stati registrati con microfoni ultrasonici su piante di grano, mais, pomodoro, tabacco in condizioni diverse, ovvero sia quando erano in salute, sia quando erano malate. Non urlano infatti solo quando qualcosa non va: se le piante stanno bene fanno dei rumori solo una volta ogni ora, mentre in condizioni difficili aumentano la frequenza. I ricercatori hanno anche scoperto grazie all’intelligenza artificiale che il lamento non è sempre lo stesso, ma cambia a seconda che manchi l’acqua o sia stato fatto un taglio. E ovviamente è diverso a seconda della specie.
Il tipo di suono è un click ripetuto. Non avendo organi per vocalizzare, i ricercatori pensano venga prodotto grazie allo scoppio delle bolle d’aria contenute nei tessuti vascolari.
Lo studio potrebbe essere utile per cambiare il modo in cui coltiviamo, perché ci permetterebbe di stare più attenti alle esigenze vegetali e intervenire dunque per risolvere i problemi.
https://www.cell.com/cell/fulltext/S0092-8674(23)00262-3#secsectitle0055
https://www.cell.com/cms/10.1016/j.cell.2023.03.009/attachment/b90ae191-71fb-4237-b311-79a395622de9/mmc2.mp3 il voce di un pomodoro
Ci sono molti modi di riciclare il caffè e il te, dal concime per le piante di casa, allo scrub, al cemento, al biodiesel. Ormai li consociamo. Ma ora ne è stato scoperto un altro, che tra l’altro migliora la nostra dieta. Un nuovo studio della King Fasal University dell’Arabia Saudita ha infatti dimostrato che se si aggiungono i resti di te e caffè a ricette come dolci e biscotti, i valori nutrizionali vengono aumentati. Inoltre si estende anche la loro conservabilità. Paragonati a quelli classici, i dolci con te e caffè hanno più alte concentrazioni di fenoli, calcio, fosforo, potassio e magnesio. Il te e il caffè infatti contengono anti infiammatori, antiossidanti, fibre e composti che migliorano le facoltà cogntitive e il benessere cardiovascolare.
La polvere di te per esempio ha mantenuto il 73 per cento di un flavonoide, chiamato traflavina trigallato, che è un antiossidante raccomandato in casi di colesterolo alto, obesità o problemi al cuore. I fondi di caffè invece trattengono il 64 per cento di un altro antiossidante chiamato acido caffeolchinico. Tutto ciò resta anche durante la cottura nel forno.
Inoltre i dolci, nei quali si può aggiungere dall’1 al 3 per cento di fondi, hanno una maggiore durata: resta fresco per 14 giorni, perché caffè e te tendono a bada anche i microrganismi.
https://pubs.acs.org/doi/full/10.1021/acsomega.3c03747
Da anni gli scienziati avvertono: a causa del cambiamento climatico stanno cambiando le dinamiche atmosferiche e oceaniche che possono avere un effetto sulle correnti. E se verranno disturbate cambierà ancora di più il clima sul Pianeta. In particolare è stata sempre tenuta sotto osservazione la Corrente del Golfo, quella che fa si che i territori nord europei abbiano temperature più miti rispetto a quello che prevederebbe la loro latitudine. Purtroppo un nuovo studio della Woods Hole Oceanographic Institution e della Università di Miami conferma i sospetti. La Corrente del Golfo si sta effettivamente indebolendo e alla fine potrebbe arrestarsi del tutto. Gli scienziati hanno infatti notato che l’intensità della Corrente è calata del 4 per cento negli ultimi 40 anni. E poichè si tratta di un processo regolare negli anni si dubita possa essere un caso. E’ invece una evidenza degli effetti del cambiamento climatico. La Corrente è associata a un andamento meteorologico cruciale per molte regioni e può influenzare gli eventi estremi come le piogge.
https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2023GL105170
L’uomo a volte costruisce dove non dovrebbe. In epoca di disastri climatici, tra i quali più devastanti sono proprio le piogge con allagamenti, gli insediamenti urbani sono cresciuti del 122 per cento tra il 1985 e il 2015 proprio nelle aree più a rischio. La ricerca, pubblicata su Nature dimostra che le popolazioni che rischiano di finire sotto l’acqua, invece che diminuire, crescono. In particolare il dato è relativo a chi può trovarsi con oltre 150 centimetri di acqua ai piedi. E le aree alluvionali mostrano una crescita di ripopolazione maggiore di quelle meno soggette. Le regioni dove questo avviene di più sono l’Asia orientale e la regione pacifica e i Paesi a redditi medio alti hanno una maggiore proporzione di insediamenti alluvionabili. I risultati dovrebbero servire a permettere delle pianificazioni urbanistiche diverse, considerato soprattutto che gli eventi estremi diventeranno più frequenti e inevitabili. Ma finora, invece di adattarci alla nuova realtà, la maggior parte dei Paesi stanno aumentando la loro esposizione agli shock. https://www.nature.com/articles/s41586-023-06468-9
L’Amazzonia è un patrimonio dell’umanità. Non solo è il principale bacino di assorbimento dell’anidride carbonica, ma fornisce anche molti altri servizi ecosistemici e climatici.
Ma la sua distruzione porta anche a una alterazione delle dinamiche tra vegetazione e atmosfera che portano a una alterazione del monsone sudamericano dal quale dipende la disponibilità d’acqua per milioni di persone. Da lui dipendono che sia l’agricoltura che l’energia idroelettrica. Se la deforestazione arrivasse al 30-50 per cento l’alterazione sarebbe irreversibile e devastante. E siamo già arrivati al 17 per cento nell’intero bacino amazzonico e al 20 nell’area brasiliana.
L’umidità prodotta dalla foresta infatti non resta solo nella regione, ma fa parte dell’intero sistema climatico continentale. E se si tagliano gli alberi, più del 50 per cento dell’acqua viene dispersa e non viene riciclata dall’atmosfera. Il ciclo idrogeologico infatti dipende dalla traspirazione degli alberi e quando piove il 75 per cento dell’acqua viene riportato nell’aria.
L’Amazzonia e il monsone sud americano sono quindi un sistema accoppiato in cui la traspirazione delle foglie ricicla l’umidità che arriva dall’oceano Atlantico distribuendola in tutto il continente. Secondo uno studio pubblicato su Science stiamo però arrivando al punto di non ritorno. La transizione in atto porta a condizioni di aridità maggiore e già la crescente frequenza di episodi di siccità sta mostrando una pericolosa tendenza. Inoltre questo porta a varie conseguenze. Prima di tutto la foresta si trasformerà in una savana, con una elevata perdita di biodiversità. Inoltre il monsone avrà venti più deboli e un’abbassamento dell’umidità in circolazione.
https://www.science.org/doi/full/10.1126/sciadv.add9973?af=R
